Sul Nome di Gesù

Di Jean-Paul Hernández SJ

Il 3 gennaio la Compagnia di Gesù celebra la festa del "Santo Nome di Gesù". Abbiamo chiesto al p. Jean-Paul Hernández SJ, teologo, di presentare le radici bibliche di questa festa e la sua importanza per i gesuiti.

Nella tradizione ebraica il nome di Dio non lo si può pronunciare perché dire il nome di qualcuno è già renderlo presente, definirlo, in qualche modo possederlo; e Dio non lo si può ne definire ne possedere. Ancora oggi le quattro lettere che compongono il Santo Nome (יְהוָֽה) non vengono pronunciate secondo la loro fonetica (“Yahvè”) ma si sostituiscono nella lettura con la dicitura “Adonai” (“Signore”). In questo modo è come preservata l’identità in-finita di Dio.

Ma proprio perché questo Nome non lo si può pronunciare, esso, come una sorta di “tabù ossessivo”, ha dato origine a una serie infinita di tentativi di esprimerlo senza mai pronunciarlo. I Salmi ne sono un esempio significativo, ma possiamo dire che tutta la Sacra Scrittura è una “circonlocuzione del Nome di Dio”. Il “Nome” è come l’occhio di un “ciclone di creatività” che ha fatto nascere anche le feste di Israele, le sue usanze, e in definitiva la sua stessa storia. Lo stesso vocabolo “Giudea” viene dalla radice “jada” che significa invocare, proclamare, confessare. Dove l’oggetto implicito è evidentemente il Nome di Dio. Israele è quel popolo la cui identità consiste precisamente nel proclamare il Santo Nome. Perciò spesso nella Bibbia ebraica Dio chiama Israele “popolo segnato col mio Nome”. Potremmo dire: Israele esiste per proclamare l’impronunciabile Nome di Dio.

Il capitolo 3 dell’Esodo racconta come Dio rivela a Mosè il suo nome: “Io sono Colui che sono” (in ebraico: “Hehye asher hehye”). Questa espressione suona come una sorte di “non-nome” o addirittura come un rifiuto di essere nominato. E’ come se Dio avesse detto: io sono “totalmente Altro” e dunque non ho un nome come gli altri nomi; la mia identità non è “circoscrivibile” in un suono, descrivibile da un nome, ma è identica solo a se stessa.

Al tempo stesso la radice ebraica che traduciamo con “sono” è la radice che indica la “fedeltà”. Non è un “io sono” di colore “filosofico”, come a volte è stato interpretato nell’Occidente cristiano. Non è “io sono l’essere” o “io sono la radice metafisica dell’esistenza”. Ma piuttosto: “io ci sono”, o “io sono colui che sta sempre con te”, che “ci sta”. Il Nome di Dio, la sua identità più intima, è la capacità di rendersi presente, di stare-con. Allora l’auto-consegna del Nome coincide con il suo stesso significato. Potremmo dire: Dio consegna la propria identità che consiste nel consegnare la propria identità.

È di nuovo sul Sinai che Dio esplicita maggiormente il suo Nome a Mosè, che ormai guida tutto il popolo: Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il Nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore (יְהוָֽה), il Signore (יְהוָֽה), Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,5s.). Queste ultime “apposizioni” al tetragramma formano come un primo cerchio intorno all’occhio inaccessibile del “ciclone creativo” del Nome di Dio. Sono tentativi di “dire chi è Dio”, ma tentativi già parziali. Le parole ebraiche sono: “rhm” che traduciamo con “misericordioso” ma che si riferisce alle “viscere materne”, “hen” che descrive il gesto di guardare sporgendosi e che possiamo tradurre con “benevolo” o “pietoso”, “hesed” che traduciamo con “grazia” e che è anche la compassione e la bontà in una relazione, e “emet” che significa “fedeltà”, “verità”, “onestà”.

Ma questo Nome, non lo si può pronunciare “In vano”, cioè non lo si può pronunciare che con la vita. Nella lotta con Dio descritta in Gn 32, Giacobbe aveva chiesto alla presenza misteriosa: “Dimmi il tuo nome!” (Gn 32,30). La risposta divina fu: “E qui lo benedisse”. Giacobbe esce radicalmente cambiato da questo incontro con Dio da cui aveva voluto “strappare” il “Nome”. Anzi, Giacobbe ne esce lui con un nuovo nome: “Israel”. Possiamo dire: il Nome di Dio è l’unico nome che cambia l’identità di chi lo pronuncia.

Nella storia di Israele, questo nome potrà essere pronunciato una volta l’anno dal sommo sacerdote che entra durante il “Yom Kippur” (giorno liturgico dell’”espiazione”, cioè del “perdono”) nel “Debir” (“sancta sanctorum”) del Tempio. Davanti all’arca egli pronuncia il Tetragramma le cui lettere sono conservate proprio all’interno dell’arca. E dallo spazio vuoto che rimane fra i due cherubini sopra l’arca, Dio, reso presente dal Nome pronunciato, risponde. Perciò l’intero tempio è più volte descritto nella Bibbia come “il luogo che Egli scelse per far dimorare il suo Nome”. Dio in qualche modo “dimora” nel Tempio attraverso il suo Nome che è una sorta di “presenza ipostatica” di Dio. Ma questo stesso nome è per Israele anche la “cifra” di tutto il creato: “O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,2.10). Perciò il Tempio rappresenta “tutto il mondo”, ordinato intorno al Nome.

Se il Nome di Dio è la presenza fedele di Dio, la rivelazione dell’identità stessa di Dio, e al tempo stesso la cifra di tutto il creato, non ci deve stupire che il primo cristianesimo abbia attribuito a Gesù Cristo tutto quello che Israele aveva attribuito al “Nome”. In una omelia anonima del sec. II leggiamo: “Ora il Nome del Padre è il Figlio”. E già nel Vangelo di Giovanni, tutte le parole di Gesù che iniziano con “Io sono”, sono un’allusione al Nome di Dio, rivelato da Gesù nelle sue diverse azioni come nelle diverse sfaccettature di un prisma.

Nella Lettera ai Filippesi abbiamo un passaggio fondamentale che segnerà per sempre la spiritualità cristiana. Paolo nel cap. 2 sta citando un inno cristologico che richiama la Risurrezione di Cristo con la metafora “dargli il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,9), il ché vuol dire “dargli il nome di Dio”, cioè l’identità di Dio. È un modo per dire: nella Risurrezione si rivela l’identità divina di Gesù. Ma il testo continua (v. 10): “perché nel nome di...” E il lettore si aspetta qua di trovare il vocabolo “Dio”, o “Signore” (che è appunto il “nome al di sopra di ogni altro nome”). Ma invece la sorpresa è che qua leggiamo “...Gesù” (e poi il testo continua con “ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra”). Il testo opera così una sorprendente traslazione di senso dal nome “Adonai” al nome “Gesù”. Tutto quello che il Nome di Dio ha sempre significato e provocato, adesso lo fa il nome “Gesù”.

Questo nome dato al figlio di Maria era già un nome comune nel popolo di Israele. La tradizione biblica ricorda in particolare Jesus Ben Sirach (il “Siracide”), emblema di Saggezza, e Giosuè, successore di Mosè. Le due figure convergono in Gesù di Nazareth, che per il Nuovo Testamento è Saggezza incarnata e compimento dell’opera di Mosè.

Ci è facile capire allora come negli Atti Pietro dice: “non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). Nell’utilizzo del verbo “salvare” c’è un richiamo esplicito al significato ebraico del nome di Gesù (Jeshua) che significa proprio “Dio-salva”. Per cui, il nome di Gesù è già in sé una preghiera, di invocazione e/o di ringraziamento. Risale ai primissimi secoli la tradizione oggi ancora viva nell’Oriente cristiano della “preghiera del Nome”, cioè la ripetizione costante del nome di Gesù, o di una formula di invocazione che lo contiene. L’invocazione “Signore Gesù, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di me, peccatore”, e le sue varianti, sono denominate “preghiera dell’esichia”, cioè della “pace del cuore”.

Anche nella tradizione liturgica dei primi secoli è “nel Nome di Gesù” che vengono “battezzati” i catecumeni e che si celebrano i misteri. Quando il libro dell’Apocalisse segnala che i salvati portano sulla fronte “il Nome del loro Dio” (cf. Ap 14,1 e 22,4), si sta riferendo probabilmente già all’uso liturgico di “segnare” i battezzati con una “X”, prima lettera greca di “Christos”. Raddrizzata, essa disegna anche una croce. Da lì la frequente identificazione fra Nome e croce, che permetterà alla Tradizione liturgica e artistica (per esempio con lo “staurogramma”) di dire che il vero luogo dove Cristo rivela il suo nome, cioè la sua identità, è la croce.

È nel tardo Medioevo che la spiritualità del Nome di Gesù si sviluppa in Occidente. Prima di tutto in ambito francescano, grazie alla predicazione di San Bernardino. Il santo di Siena sceglierà le tre prime lettere greche del nome di Gesù, IHS, per elaborare degli oggetti devozionali che dovevano sostituire la polemica araldica delle famiglie. Questo “trigramma” era già l’abbreviazione di “IHSOUS” nei manoscritti del Nuovo Testamento, dove gli amanuensi sovrappongono una tilde o un trattino ondeggiato, proprio per indicare che “IHS” è un’abbreviazione. Quando a partire dal sec. X, i manoscritti greci da “onciali” (scritti in maiuscole) diventano “minuscoli”, il trattino sopra l’ihs viene a intersecare l’asta verticale della “h”, formando una croce. Viene così ricuperato l’intreccio fra Nome e croce.

È questo tipo di “trigramma-croce”, spesso circondato da raggi solari, che dall’Italia centrale arriva in altre parti dell’Europa occidentale. Ed è a Parigi che Calvino e Sant’Ignazio lo incontrano. Il primo ne farà lo stemma della “sua” città di Ginevra. Il secondo inizierà a usarlo per segnare le proprie lettere. Più tardi, l’IHS diventerà il simbolo della Compagnia di Gesù. Oltre al significato greco, esso può intendersi anche come l’abbreviazione latina di “Iesus Hominum Salvator” (Gesù Salvatore degli Uomini). In un solo simbolo, converge dunque una prospettiva greca, latina ed ebraica (cf. “Salvator”). La croce sulla “H”, ormai anche in maiuscolo ricollega sempre Nome e croce, e i tre chiodi spesso rappresentati sotto richiamano la passione di Cristo, ma anche i tre voti religiosi di povertà, castità e obbedienza.

Se Ignazio e i primi gesuiti hanno potuto identificarsi con questo simbolo è perché essi avevano scelto di chiamarsi compagni “di Gesù” e non “ignighisti” o in un altro modo. È la persona stessa di Gesù, il Suo “Nome”, cioè la sua “identità comunicata”, che ha infiammato il cuore di Ignazio, che è il fulcro degli Esercizi, che accomuna i primi compagni e che vuole essere l’unica “parola” della Compagnia. Essa, come dice la Formula dell’Istituto, è “insignita dal Nome di Gesù”. Perciò l’IHS è onnipresente nell’arte gesuitica, nei documenti ufficiali e ancora attualmente in molti dei “logo” usati dalla Compagnia. Come ripetevano i primi gesuiti, questo Nome “è più bello dell’aurora e della luce” e “noi gesuiti dobbiamo essere pronti a dare il nostro sangue per questo nome”.

Condividi questo articolo:
Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
Communications Office
L’Ufficio Comunicazione della Curia Generalizia pubblica notizie di interesse internazionale sul governo centrale della Compagnia di Gesù e sugli impegni dei gesuiti e dei loro partner. È anche responsabile delle relazioni pubbliche.

Notizie correlate