L’accompagnamento nei momenti di crisi: mantenere viva la speranza

Di Eric Goeh-Akue, SJ | JRS – Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati

Con l'avvicinarsi del Natale, ricordiamo una storia che ha avuto inizio nella vulnerabilità, quando una giovane famiglia cercava rifugio, non trovava un posto dove riposare e accoglieva una nuova vita in un ambiente molto semplice. La nascita di Gesù è stata, per molti versi, la storia di uno sfollamento: un bambino nato lontano da casa, la cui famiglia avrebbe presto dovuto fuggire dalla violenza e diventare a sua volta rifugiata.

Questo periodo dell'anno ci invita a tornare a quell'umile inizio e a riscoprire la luce che è entrata nel mondo non nel comfort ma nell'incertezza, non nel privilegio ma nella povertà e nella fede. L'Avvento ci chiama a vegliare e aspettare, a coltivare la speranza anche nel mezzo dell'oscurità.

Oggi, quella chiamata sembra più urgente che mai. In tutto il mondo, milioni di famiglie sono sfollate a causa di conflitti, persecuzioni e disastri. Comunità che hanno già sopportato tanto continuano ad affrontare nuove crisi, dalle guerre e dai disordini politici agli effetti del cambiamento climatico e all'aumento del costo della vita. Eppure, proprio nel momento in cui i bisogni crescono, assistiamo a un'erosione della solidarietà. I governi chiudono le frontiere e i cuori si induriscono. La compassione, un tempo considerata una forza, viene troppo spesso liquidata come ingenuità.

Eppure, nonostante queste sfide, la grazia continua a manifestarsi. In tutto il mondo, quando accompagniamo i rifugiati nei campi, nelle scuole e nei centri comunitari, noi del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati vediamo nascere la speranza attraverso piccoli atti di coraggio e di cura: un insegnante che fa in modo che i bambini possano continuare a studiare, una comunità ospitante che accoglie gli stranieri con gentilezza, un rifugiato volontario che accompagna gli altri appena arrivati.

Questo è il cuore dell'accompagnamento: camminare fianco a fianco e rifiutarsi di lasciare che la sofferenza abbia l'ultima parola. È un atto quotidiano di fede nella bontà che ancora risiede nell'umanità e nella convinzione che insieme possiamo costruire comunità di speranza e resilienza anche nelle circostanze più difficili.

Nel celebrare la venuta di Cristo, riconosciamo la Sua presenza in ogni persona che cerca sicurezza, dignità e pace. Lasciamo che la luce del Natale ammorbidisca i nostri cuori e rinnovi il nostro impegno verso coloro che sono in movimento.

Ogni gesto di compassione e solidarietà ci aiuta a continuare ad accompagnare i rifugiati in tutto il mondo. Insieme, possiamo mantenere viva la speranza dove è più fragile.

In questo Avvento, possiamo aprire le nostre porte come gli albergatori che dicono “sì” all'accoglienza, e aprire i nostri cuori come compagni che camminano nella fede e nell'amore.

[Foto: Donne in preghiera nel Tamil Nadu, India (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati)]

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Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
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