Siamo tutti migranti

Di Heydi Galarza e Freddy Quilo, SJ | Provincia della Bolivia
[Da “Gesuiti 2025 - La Compagnia di Gesù nel mondo”]

La Fundación SJM Bolivia trasforma l’esperienza dell’emigrazione internazionale del Paese nell’accoglienza dei migranti forzati venezuelani, scegliendo la promozione e l’integrazione e cercando di rafforzare la capacità umana di resilienza.

José, cittadino venezuelano, arrivò nel 2019 nella città di El Alto, in Bolivia. Come molti suoi connazionali, per sopravvivere alla giornata vendeva dolci in uno dei viali più trafficati, dove c’era anche un poliziotto che cercava di gestire il caos del traffico. Entrambi svolgevano il loro lavoro giorno dopo giorno. Un pomeriggio il poliziotto notò che José non era andato a vendere i suoi dolci, finoa quando non tornò al solito post. Chiese allora a José il motivo della sua assenza. José, sorpreso, gli rispose e osò chiedere perché non si comportasse come gli altri poliziotti e non controllasse la sua situazione migratoria. La risposta del poliziotto fu un invito a pranzo in cui gli raccontò di come anche lui era stato un migrante in Spagna ma non era riuscito a regolarizzare il suo status durante la sua permanenza in quel Paese. Quel giorno José e il poliziotto si sono riconosciuti come migranti.

La storia sopra riportata riassume ciò che la Fondazione SJM Bolivia trasmette nelle sue azioni volte a promuovere la convivenza interculturale in un Paese di migranti per rispondere alla migrazione forzata, uno tra i drammi umani che sono senza precedenti in America Latina.

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Proprio come José, dal 2018 molti migranti forzati venezuelani, in condizione di mendicità, hanno iniziato a riempire le strade principali delle grandi città della Bolivia, nella speranza di ottenere qualche soldo per mangiare e dormire male, sperando di arrivare in Cile per lavorare e inviare denaro alla propria famiglia.

A metà del 2022 la popolazione migrante venezuelana in territorio boliviano raggiungeva le 13.678 unità, secondo uno studio della nostra Fondazione SJM Bolivia. Alla fine dello stesso anno, i migranti residenti erano 15.000, soprattutto a Santa Cruz, La Paz e Cochabamba. Nel 2023, le Nazioni Unite in Bolivia hanno stimato che alla fine dell’anno questo numero avrebbe superato le 18.200 unità.

La Bolivia, un Paese che tradizionalmente ha una storia di processi di emigrazione internazionale, fa ora parte dei Paesi di permanenza temporanea e di destinazione delle migrazioni forzate. Questo cambiamento ha posto alla Fondazione SJM e alla Compagnia di Gesù la sfida apostolica di accompagnare una realtà mai vista prima nella storia migratoria del Paese: quella di accogliere i migranti riconoscendo l’esperienza migratoria propria. Ciò significa dare priorità all’accoglienza, all’accompagnamento, alla promozione e all’integrazione dei migranti, rafforzare la capacità umana di resilienza per promuovere una fraternità interculturale basata sull’“amicizia sociale”, come propone Papa Francesco.

Secondo tutte le organizzazioni nazionali e internazionali che lavorano con i migranti e i rifugiati, i numeri sono destinati ad aumentare, il che è coerente con i dati della Fondazione SJM. Tra gennaio e agosto 2020, durante la pandemia, la Fondazione ha registrato 183 migranti venezuelani. Nel 2021 il numero è salito a 1.153 e nel 2022 ne sono stati registrati 1.937. Da allora se ne sono aggiunti molti altri, anche se al momento in cui scriviamo le cifre ufficiali non sono ancora state verificate.

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Un altro dato da tenere in considerazione è che tra il 2015 e il 2022, il 10% di tutti i migranti entrati in Bolivia ha deciso di rimanere; gli altri sono partiti, soprattutto verso il Cile. In particolare, alla fine del 2022, la Fondazione ha registrato 43 famiglie residenti a La Paz e El Alto.

Quando l’Esodo, nella Bibbia, ci ricorda che “siamo stati stranieri in Egitto”, comprendiamo che la costruzione della fraternità e della giustizia richiede di riconoscere che siamo tutti migranti e che una parte di noi attraversa i confini.

La Bolivia continua a essere un Paese di transito e di origine dei migranti, ma questo “piccolo resto di Israele” che cerca di insediarsi in territori come il nostro ci porta a interrogarci sulle ragioni di questa decisione. Questo ci obbliga non solo a cercare di rafforzare l’economia, ma anche a creare spazi più solidali, empatici e meno xenofobi, cioè territori che ci permettano di respirare più umanità.

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Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
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