La pace attraverso la riconciliazione: un’altra componente della missione del JRS

Di Danielle Vella | Riconciliazione e coesione sociale – JRS Internazionale, Roma
[Da “Gesuiti 2025 - La Compagnia di Gesù nel mondo”]

Tre ingredienti dell’impegno del JRS per la riconciliazione in tutto il mondo, come per esempio in Cambogia, Uganda, Siria, Etiopia, India. Non solo ricerca della giustizia, ma anche guarigione delle ferite dell’ingiustizia.

Cicatrici rabbiose gli attraversavano la schiena. Se le era procurate quando le milizie filogovernative lo avevano illegalmente arrestato e torturato. Il contesto era la guerra civile dello Sri Lanka, alla fine degli anni ‘90, ma storie di questo genere riecheggiano pervasivamente nello spazio e nel tempo. Per me, ciò che ha reso questa storia significativa sono state le parole del giovane, pronunciate senza esitazione: “Perdono, perché se non lo faccio, il ciclo della violenza continuerà.”

Antonia, anche lei srilankese, ha assistito allo stupro e all’omicidio di sua figlia Aida da parte dei soldati. Nonostante i frustranti e inutili tentativi di fare giustizia, afferma serenamente: “Non ho bisogno di vendetta. Lasciamo che sia Dio a giudicare.” Questi incontri mi hanno insegnato che la ricerca della giustizia non è sufficiente, certamente non la ricerca della sua applicazione umana. È necessario fare di più per curare le ferite dell’ingiustizia.

Questa consapevolezza è stata la spinta al mio impegno nel momento in cui il JRS ha scelto di fare della riconciliazione una componente deliberata e integrante della sua missione. Durante un incontro in Cambogia nel 2013, abbiamo fatto nostra la visione gesuita della riconciliazione per “stabilire relazioni giuste “ (CG35). Abbiamo analizzato l’esperienza che il JRS aveva acquisito fino a quel momento e ci siamo resi conto che il discorso è emerso naturalmente dal processo di accompagnamento dei rifugiati, che sono il “prodotto” della divisione e della violenza da loro sperimentati in viaggio e anche nei Paesi ospitanti.

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Un decennio dopo, il JRS continua a camminare verso l’orizzonte della riconciliazione. Pur variando da luogo a luogo per adattarsi al contesto, il nostro approccio ha delle componenti comuni fondamentali. In primo luogo, sapere che la riconciliazione parte da ciascuno di noi. In secondo luogo, sviluppare la capacità delle équipe del JRS e dei partner di promuovere la riconciliazione, coinvolgendo insegnanti e studenti, leader comunitari e religiosi, associazioni di donne e di giovani. In terzo luogo, allestire spazi sicuri in cui le persone appartenenti a gruppi divisi possano conoscersi e ascoltarsi a vicenda, costruendo gradualmente la fiducia e le relazioni.

Nel Nord dell’Uganda, ad esempio, il JRS ha riunito un gruppo di giovani sud-sudanesi e del posto, divisi sia dalla travagliata dinamica rifugiati/ospiti, sia da vicende di carattere tribale. All’inizio, questi giovani evitavano il contatto visivo e rimanevano in silenzio durante le riunioni, ma dopo un anno si sono avvicinati a tal punto da segnalarsi vicendevolmente il sorgere di problemi intercomunitari.

Valori come verità, misericordia, giustizia e pace guidano le nostre azioni di riconciliazione in tutto il mondo. Purtroppo, discriminazione e ostilità sono ancora molto diffuse e nemmeno le nostre équipe sono risparmiate. Rappresentando ciascuna un microcosmo della propria società, a volte le persone riflettono le tensioni che la animano. “Se mi ricordo da quale gruppo etnico provieni, non riesco nemmeno a guardarti”, ha detto un insegnante del JRS a un altro insegnante in occasione di un seminario sulla riconciliazione. Non ignoriamo queste tensioni, al contrario, cerchiamo di creare spazi sufficientemente sicuri perché possano essere articolate e riconciliate.

Non si può neanche dire che ci manchi l’ispirazione. Una fonte sempre vivace è rappresentata dai nostri coordinatori locali per la riconciliazione. Million è stato costretto a fuggire dalla regione settentrionale del Tigray nel 2020, quando è scoppiata la guerra. Il suo semplice consiglio di “concedere a tutti il beneficio del dubbio” è essenziale per la riconciliazione: si tratta di non dare per scontato che qualcuno sia cattivo solo perché proviene da questo o quel gruppo etichettato come nemico.

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Kim è rimasta orfana a seguito del conflitto nel Manipur, nel nord-est dell’India. Dice: “Voglio davvero dire alle persone che il perdono è possibile e liberatorio. Ho lottato con l’odio verso coloro che hanno ucciso mia madre, ma quando ho capito che Gesù è morto per le persone che lo odiavano, ho capito che avrei dovuto fare lo stesso.”

Anche Daniel ha lottato contro il perdono. Costretto a lasciare la sua città natale in Colombia, dove la sua famiglia era minacciata da guerriglieri e paramilitari, ricorda: “A 20 anni ho saputo che mio padre era stato costretto a collaborare con i paramilitari. Questo mi ha riempito di rabbia e delusione. Tuttavia, ho capito che a volte le persone non hanno scelta. Ci siamo abbracciati chiedendoci perdono, riconoscendo la complessità delle circostanze.”

Anche altri servizi dei gesuiti ci ispirano. Nel 2023, padre Fouad Nakhla mi ha invitato a facilitare un laboratorio di narrazione presso il Centro culturale gesuita di Jaramana, a Damasco. Il Centro è un brillante spazio di incontro per persone provenienti da diversi gruppi della società siriana. Pur avendo vissuto la guerra, i partecipanti al workshop hanno preferito concentrarsi sulle possibilità offerte dallo spazio sicuro che avevano creato nel Centro. Hanno trovato forza nell’esperienza comune di andare avanti e scrivere insieme il prossimo capitolo delle loro storie.

Un grande potenziale abita questi spazi comuni, in cui ognuno diventa un agente di trasformazione, dà un nuovo significato alla propria vita attraverso la condivisione e rinnova la propria speranza. Come ha detto un giovane a Jaramana: “La mia storia non è fissata. Il passato è fissato, ma il modo in cui ricordiamo e raccontiamo la storia può influenzare il futuro.”

[Foto: © JRS International]

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Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
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