Da Roma alle frontiere del mondo: una missione al servizio dei rifugiati

Introduzione di Carla Bellone | Assistente del Segretario per il Servizio della Fede

Nell’ambito del progetto “Discepole invisibili”, questa intervista mette in luce la testimonianza, spesso invisibile, di donne che vivono il Vangelo nel loro servizio silenzioso. In questa conversazione, Cecilia Bock, che lavora con il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS), riflette sulla sua vocazione e sul suo impegno nell’accompagnare i rifugiati e gli sfollati in tutto il mondo. La sua esperienza rivela come la compassione, l’ascolto e la perseveranza diventino forme concrete di fede in azione.

Può raccontarci come è nata la sua vocazione e in che modo la sua attuale missione riflette il desiderio di “servire in silenzio” che il progetto “Discepole Invisibili” intende mettere in luce?

Immaginate una donna con un abbigliamento modesto in piedi sulla terra rossa, circondata da folate di vento e da folle di persone che camminano lungo la strada, dove ci sono poche auto, e da file di enormi alberi di mango ricoperti dalla polvere della stagione secca. Durante una delle mie prime visite di valutazione delle necessità nel Sudan del Sud, quella donna disse a una ragazzina, che avrebbe potuto essere sua figlia, di non dimenticarla, di non dimenticarli, perché aveva visto tanti operatori umanitari come me andare e venire senza mantenere le promesse.

Beh, ho fatto del mio meglio, ci sono tornata molte volte. All’epoca lavoravo con la Caritas Spagna, che sosteneva scuole, dispensari medici, corsi di formazione e molto altro in quella regione del Sudan del Sud. Credo che sia stato durante quella conversazione che è nato il mio desiderio, non solo di mantenere le mie promesse, ma di fornire un servizio concreto, con gesti semplici, senza clamore: tornare, ascoltare, fare spazio, anche quando nessuno sta guardando.

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Dispositivi per il lavaggio delle mani per prevenire la diffusione del Covid-19 nelle scuole del campo profughi di Kounougou, a Guéréda, in Ciad. Foto di Irene Galera.

Come riesce a vivere la dimensione della “contemplazione nell’azione”, vale a dire l’unione tra preghiera e servizio concreto, nelle sue sfide quotidiane?

Ho imparato dal mio collega Tevfik Karatop, Project Manager del JRS Canada, che la differenza tra empatia e compassione è che la prima significa mettersi nei panni di qualcun altro, mentre nella seconda situazione, oltre a cercare di comprendere i sentimenti degli altri, si è spinti dal desiderio di sostenerli, di trovare soluzioni, di agire per loro conto. Credo che questa sia la “contemplazione in azione”, una sorta di compassione che ci commuove e ci spinge ad agire, a prendere posizione. Credo anche che la compassione si nutra del silenzio, di quello spazio interiore in cui ci fermiamo ad ascoltare. È lì che le azioni trovano significato, ancora prima di prendere forma. Non si tratta tanto di una preghiera in senso religioso, quanto di un modo di tornare a se stessi, di respirare insieme agli altri, di ricordare perché agiamo.

Quali sono le difficoltà o i momenti più intensi che ha vissuto nel suo servizio, specialmente nel contesto della sofferenza o della povertà?

Non so mai come definire o anche solo distinguere i momenti più importanti del mio servizio. Nel mio attuale lavoro, la mia sede è a Roma, da dove viaggio spesso in tutti i Paesi in cui abbiamo uffici e dove prestiamo assistenza a rifugiati e sfollati forzati, dall’Africa all’America Latina all’Asia.

Ogni viaggio porta con sé incontri che lasciano un'impressione incancellabile: la sofferenza delle madri che vedono i propri figli perdere anni di istruzione, la fragilità mentale di chi ha perso tutto, la mancanza di prospettive, l’indifferenza delle comunità incapaci di accoglierli. Sono momenti difficili che ti rimangono.

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Rohingya celebrano la festa della donna in un campo grazie all'aiuto del JRS e della Caritas Bangladesh.
Foto di Sunny Costa, SJ.

Eppure, se oggi dovessi scegliere un momento “più intenso”, sceglierei, tra tanti, un momento di rinascita. Penso agli sguardi resilienti sui volti, come quello della direttrice nazionale, che continua a ricostruire scuole e case bombardate in Myanmar, dove il conflitto, ripreso nel 2021, ha lasciato una popolazione esausta, ma non sconfitta. In quelle persone vedo la forza di ricominciare, la stessa forza che mi ricorda che anche nei luoghi più feriti, qualcosa continua sempre a muoversi, a germogliare.

Il progetto sottolinea l’importanza del discernimento e del “Magis” ignaziano. In che modo questi principi la aiutano a guidare le sue scelte e a trovare Dio in ogni cosa?

Credo che la mia formazione sia stata influenzata dal concetto del Magis, che non significa fare o dare sempre “di più” fino all’esaurimento. Il Magis è il valore di tendere al meglio, di tendere all’eccellenza, portandolo al significato di vivere pienamente, in profondità, con un servizio altruistico.

Certamente, il rapporto con la Compagnia di Gesù ha avuto un impatto sulla mia vita, perché ho compreso l’importanza di avere un interesse spirituale per aprirmi ai bisogni delle persone che serviamo. Nel mondo umanitario, come in altri ambiti, c’è ovviamente bisogno di competenza, preparazione, esperienza, capacità di adattamento, flessibilità e intelligenza emotiva. Detto questo, credo sia fondamentale anche possedere una sorta di competenza che definirei “sotterranea”, che aiuta a mettersi in una condizione di ascolto profondo perché si è sviluppata la capacità di ascoltare sé stessi e gli altri.

Cosa vorrebbe dire alle altre donne, religiose o laiche, che lavorano ogni giorno, spesso nell’ombra, per diffondere il Vangelo con il servizio e l’amore?

Alle donne che, con pazienza e dedizione, lavorano spesso lontano dai riflettori, vorrei dire di non perdere la fiducia nel valore del loro lavoro. Molte cose essenziali, infatti, crescono nel silenzio: le relazioni, le speranze, i gesti che tengono unite le comunità.

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Laboratorio di creazione di marionette per sfollati interni organizzato dal JRS Afghanistan.
Foto di Don Doll, SJ.

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Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
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