Un anno con Leone XIV: la polarizzazione, il cuore e il mondo
Di Miguel Pedro Melo, SJ
La centralità del cuore
Il primo anno di un pontificato non si misura soltanto dalle decisioni prese o dai documenti pubblicati, ma dall’orientamento di fondo che comincia a rendersi visibile. Nel caso di Leone XIV, questo orientamento può essere espresso con una semplicità disarmante: la pace come dono che nasce nel cuore, diventa comunione e si traduce in trasformazione del mondo.
Fin dal primo momento, questa intuizione è stata chiara. Sul balcone vaticano, Leone XIV ha inaugurato il suo pontificato con parole semplici: “Pace a voi” (Gv 20, 19). Non ha offerto un programma politico per la Chiesa né un’ammonizione al mondo, ma una chiave evangelica per aprire i tempi a un’altra possibilità. La pace, nella sua prospettiva, non è il risultato di equilibri esterni né si riduce a un prodotto di negoziazioni efficaci. È qualcosa che scaturisce dal cuore trasformato dall’incontro.
Ricordiamo le sue parole nel Giubileo delle Chiese Orientali:
“Perché questa pace si diffonda, io impiegherò ogni sforzo. La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli sia restituita una speranza e sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace. I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo!”
Questo spostamento verso il primato del cuore e dell’incontro è decisivo. In un tempo che tende a cercare soluzioni soltanto a livello di strutture, Leone XIV riporta il centro al cuore umano. Non per ingenuità spirituale od ossessione clericale, ma per fedeltà al realismo che scaturisce dal Vangelo. Come ricorda il Concilio Vaticano II, i disordini del mondo sono legati al disordine del cuore umano. (Cf. Gaudium et Spes, 10) Dove il cuore è diviso, la società si frammenta; dove il cuore è riconciliato, si aprono cammini di unità.
© Jesuit.Media, Ufficio Comunicazione della Curia Generalizia, 2026. Foto di Vivian Richard, SJ.
Cristo come centro della Chiesa (L’evangelizzazione, la sinodalità e i poveri)
Un cuore toccato dal Vangelo diventa, quindi, capace di una nuova forma di relazione: con Dio, con gli altri e con se stesso. In questo senso, l’annuncio del Vangelo e la promozione sociale della pace non sono aspetti separati, uno nell’ambito dell’evangelizzazione e l’altro in quello della dottrina sociale della Chiesa. Entrambi sono irradiazione di una stessa luce sull’evento personale, sociale e politico. È da questa trasformazione, discreta ma reale, che nasce una pace che non si impone, ma si irradia.
Per questo motivo, Leone XIV insiste su una Chiesa che non si pone al centro, ma si lascia costantemente ricentrare in Cristo. Come ricorda, nel suo discorso al Collegio dei Cardinali al Concistoro Straordinario del 7 gennaio 2026, riprendendo i suoi predecessori Benedetto XVI e Francesco: “ La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per ‘attrazione’”. E precisa: “non è la Chiesa che attrae, ma Cristo”. Quando una comunità attrae, è perché attraverso di essa arriva “la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore”. Questa consapevolezza libera la missione dall’ansia dell’efficacia e le restituisce la sua fonte: l’esperienza di essere raggiunti da un Amore che ci precede, trasforma e supera.
Da qui nasce anche una comprensione rinnovata della Chiesa. “La Chiesa”, ci ricorda nella sua omelia in occasione del Giubileo delle Équipes sinodali e degli organi di partecipazione (26 ottobre 2025), “non è una semplice istituzione religiosa né si identifica con le gerarchie e con le sue strutture”, ma è “il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità”, chiamata a diventare “un’unica famiglia di fratelli e sorelle”. Questa visione prende corpo in una Chiesa che vive della comunione e diventa, per questo stesso motivo, segno di unità in un mondo polarizzato. “L’unità attrae, la divisione disperde”: non soltanto come principio teologico, ma come evidenza esistenziale.
In questo orizzonte, la sinodalità non è, per Papa Leone, soltanto un metodo ma una forma di vita: camminare insieme perché si è veramente prestato ascolto agli altri e perché, insieme, sperimentiamo che c’è un significato che ci attrae. Tuttavia, non si tratta soltanto di un ascolto ad intra, di quelli della Chiesa, dei nostri. Si tratta di un ascolto che include tutti senza lasciarsi imprigionare dalle convenienze, ma allineandoci al cuore di Dio. Perché questa purezza d’intenzione sia presente nel modo di vivere la sinodalità, il Pontefice evidenzia il ruolo dei più poveri. Come scrive nella sua esortazione apostolica Dilexi Te (4 ottobre 2026): “In quanto è Corpo di Cristo, la Chiesa sente come propria ‘carne’ la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino [in syn-odos]. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio.”
Città di Dio e Città degli uomini
La pace che nasce nel cuore e diventa comunione non può rimanere racchiusa nello spazio ecclesiale. Ha una forza propria di espansione alla quale la Chiesa deve essere fedele, al di là di tutte le velleità e della calma dei mari navigati fino a quel momento. Il Vangelo, quando è veramente accolto, genera storia. La tradizione cristiana ha espresso ciò con profondità attraverso l’immagine agostiniana delle due città. Non sono due spazi separati, ma due forme di amare che attraversano la stessa storia. “Due amori dunque diedero origine a due città” (La Città di Dio XIV, 28). Le strutture ingiuste nascono da amori disordinati; le strutture giuste esigono cuori convertiti.
La Città di Dio non è un’utopia parallela, ma una dinamica spirituale che attraversa la città degli uomini e la orienta dall’interno. Come ha espresso Leo XIV nel suo discorso ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il 9 gennaio 2026, queste città hanno una dimensione esteriore e interiore: si misurano anche “sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano”. Pertanto, “ciascuno di noi è protagonista e responsabile della storia”.
© Jesuit.Media, Ufficio Comunicazione della Curia Generalizia, 2026. Foto di Vivian Richard, SJ.
Al di là della responsabilità quotidiana di ogni persona nella costruzione della pace, la trasformazione del mondo non prescinde da mediazioni politiche, economiche e sociali. Ma anche questa si decide soltanto nella profondità del cuore che sceglie il dialogo invece dell’arroganza inaccettabile. Un esempio di questo luogo decisivo del cuore, anche ai più alti livelli di governo, si trova nel suo discorso al Palazzo del Principe durante la sua visita a Monaco (28 marzo 2026), dove fa appello a una consapevolezza più profonda della responsabilità associata ai privilegi: “Abitare qui rappresenta per alcuni un privilegio e per tutti una specifica chiamata a interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Agli occhi di Dio, nulla si riceve invano! [...] Quanto ci è stato affidato non va sepolto sottoterra, ma messo in circolo [...] nell’orizzonte del Regno di Dio [...] perché scuote le configurazioni ingiuste del potere, le strutture di peccato che scavano abissi tra poveri e ricchi [...]. Ogni talento, ogni opportunità, ogni bene posto nelle nostre mani ha una destinazione universale [...] di essere non trattenuto, ma ridistribuito”.
Leone XIV non propone un programma politico, ma rifiuta ugualmente una spiritualità disincarnata. Per questo ha affermato che “la società, attraverso organismi non governativi e associazioni intermedie, deve fare pressione sui governi perché sviluppino normative, procedure e controlli più rigorosi. Se i cittadini non vigilano sul potere politico – nazionale, regionale e municipale –, non è possibile contrastare i danni ambientali”.
Il crescendo della voce di Leone, evangelizzando mediante l’appello alla pace
Vediamo ora alcuni esempi nelle poche ma significative visite internazionali e altri discorsi alla comunità internazionale del Papa Leone XIV. Nel suo viaggio in Turchia e in Libano, il Papa ha dato corpo alla sua visione. In Turchia, ha sottolineato che “una società [...] è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile”. In un contesto segnato da tensioni religiose e culturali, ha affermato con chiarezza: “tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche”. E ha lanciato un criterio esigente: “Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo”.
In Libano, il tono è diventato ancora più esistenziale. La pace, ha detto con tono poetico, “è un desiderio e una vocazione, è un dono e un cantiere sempre aperto”. Non è un’idea astratta, ma un lavoro quotidiano, segnato dalla perseveranza: “ci vuole tenacia per costruire la pace”. In un paese ferito da crisi successive [e oggi nuovamente devastato dalla guerra], il Papa ha proposto un linguaggio cordiale come modo di integrare tanta diversità: “Possiate tutti far risuonare una sola lingua: la lingua della speranza”.
Inoltre, in un mondo dove la religione è così spesso strumentalizzata per giustificare i conflitti, Leone XIV è stato progressivamente inequivocabile. All’incontro ecumenico aİznik il 28 novembre 2025, ha dichiarato: “L’uso della religione per giustificare la guerra [...] va respinto con forza.” Questo appello attraversa, in crescendo, il suo primo anno di pontificato e acquista una densità particolare nel contesto attuale, segnato da molteplici conflitti armati.
Nelle sue parole nella liturgia della Domenica delle Palme, ha affermato con forza: “Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’ (Is 1,15).”
© Jesuit.Media, Ufficio Comunicazione della Curia Generalizia, 2026. Foto di Vivian Richard, SJ.
“I tempi siamo noi”
Concludendo, mi sembra che l’insistenza di Papa Leone XIV sulla parola “pace” non sia soltanto un appello morale rivolto ai contesti di conflitto, ma un invito a una conversione più ampia e, al tempo stesso, più vicina di quanto immaginiamo: tornare al cuore come condizione per la pace. Forse risiede qui il contributo più silenzioso e più esigente del suo primo anno di pontificato: ricordare che l’unità non si costruisce soltanto dall’esterno, né la pace si garantisce per decreto. Entrambe nascono da una trasformazione che comincia nel cuore, si riconosce nella comunione e si verifica nella storia.
È a questo punto che si comprende meglio l’originalità della sua proposta. Radicato nella tradizione agostiniana, Leone XIV sembra approfondire il classico binomio del Concilio Vaticano II: Chiesa ad intra (verso l’interno) e Chiesa ad extra (verso l’esterno). Si tratta di una distinzione che, con il tempo, rischiava di generare separazioni malsane: tra culto e annuncio, tra catechesi e servizio ai più poveri, tra interiorità e impegno.
In questo contesto, e rafforzando il primato dell’evangelizzazione nella vita della Chiesa, Papa Francesco ha parlato di una “Chiesa in uscita”, in contrapposizione a una Chiesa autoreferenziale. Senza abbandonare questo orizzonte conciliare, da cui parte, Leone XIV introduce un accento nuovo, più esplicitamente antropologico. La sua enfasi non ricade tanto su una Chiesa rivolta verso l’interno o verso l’esterno, ma sull’essere umano nella sua unità.
Così, l’ad intra viene a designare il cuore, come luogo di ascolto, unificazione e trasformazione; e l’ad extra si riferisce alla sociabilità, cioè al modo in cui questa trasformazione interiore si traduce in relazioni, pratiche e strutture. Il dinamismo ecclesiale diventa, in questo modo, anche un dinamismo esistenziale: non comincia nell’istituzione, ma nella persona. È precisamente questo spostamento che conferisce al suo discorso sulla pace una forza veramente universale. Perché non dipende da appartenenze istituzionali, ma tocca la fibra più profonda dell’umano: la relazione tra interiorità e vita in comune.
Nell’orizzonte che si apre con Leone XIV, la pace non appare come un ideale astratto né come un programma da imporre, ma come vita che scaturisce da un cuore trasformato. Quando il Vangelo torna ad abitare il centro, la Chiesa può essere segno umile di unità e fermento di riconciliazione. Forse questa è la luce più discreta e più decisiva del suo pontificato: ricordare che un mondo ferito può essere guarito soltanto dall’interno. Come ricordava, all’inizio del suo pontificato, il 12 maggio 2025, ai rappresentanti dei mezzi di comunicazione: “Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi” (Sant’Agostino, Discorso 311).







