San Giuseppe, un incoraggiamento a vivere la poesia in prosa oggi

Di José María Bernal Giménez, SJ

L’invito a scrivere un articolo su San Giuseppe, in occasione della sua festa e dell’anno a lui dedicato, l’ho considerato come uno stimolo personale per prendere coscienza di ciò che può significare e ispirare, nel mondo attuale, questo Santo, che è nel mio nome, unito anche a quello della sua sposa Maria.

È davvero sorprendente l’assenza di dati nel Nuovo Testamento di personaggi così importanti nella religiosità cristiana come la Vergine e San Giuseppe, e ancor di più nel caso di quest’ultimo. Possiamo dire che, tranne che nelle genealogie (Mt 1,16; Lc 3,23) e nei riferimenti generali “Non è questi il figlio del falegname...?” (Mt 13,55), “...il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22; Gv 6,42), solo nel Vangelo di Matteo, scritto per gli ebrei, si fa menzione a lui, e solo all’inizio, nella narrazione dell’infanzia. È un genere letterario molto concreto, che potremmo caratterizzare come “catechesi simbolico-teologica”. Perciò, tra l’immaginazione devota senza limiti della pietà popolare e lo scetticismo severo del rigorismo storicista, possiamo intravedere le pennellate suggestive che ci ispira la lettura credente di quei pochi versetti “matteani”, in cui il buon Giuseppe appare “in azione” (Mt 1,18-25; 2,13-15.19-23). D’altra parte, ci sono i pochissimi versetti “lucani” in cui è semplicemente menzionato accanto a Maria (Lc 2,4, 16,48).

Credo che in questi pochi versetti possiamo ammirare un uomo buono e giusto, “un santo della porta accanto”, come dice il Papa in Gaudete et exsultate, con atteggiamenti davvero necessari nel momento attuale.

Il primo atteggiamento, che Matteo ci presenta, non potrebbe essere più attuale come esempio da seguire nella società di oggi, in cui nonostante siamo nel XXI secolo, inspiegabilmente ci sono ancora pregiudizi, atteggiamenti e violenza maschilista. In un mondo sessista come quello della Palestina del primo secolo, Giuseppe scopre che, ancor prima di aver vissuto insieme, la sua fidanzata è incinta. Possiamo immaginare la sua sorpresa, il disgusto, la delusione..., ma il suo atteggiamento è di profondo rispetto. Ha intenzione di prendere le distanze da lei senza giudicarla, tanto meno diffamarla. Il messaggio nel sogno che lo rassicura e lo incoraggia ad accoglierla nella sua casa, potremmo interpretarlo come un autentico discernimento, in cui possiamo ascoltare la voce di Dio, la voce dell’amore, invece dei nostri impulsi primari, pregiudizi e ideologie.

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Poi arriva quell’altra esperienza, anch’essa tristemente presente nel nostro XXI secolo, la necessità di lasciare la propria terra per salvarsi la vita o per cercare una vita dignitosa. Giuseppe, con sua moglie e suo figlio, deve emigrare in Egitto e ancora una volta sono i messaggi in sogno che lo avvertono della necessità di fuggire, come lo avvertiranno anche della possibilità di tornare, e persino di andare in Galilea, come luogo più sicuro della Giudea. Al di là di questi sobri e brevi versetti, possiamo intuire le molteplici sofferenze, preoccupazioni e incertezze che una tale avventura comporta, così come possiamo vederle in tante persone che le stanno patendo ai giorni nostri. E anche in quest’occasione possiamo vedere in questi messaggi nei sogni, molte angosce, notti insonni, pensieri e riflessioni, fino alla decisione di emigrare e la decisione di tornare.

Nei pochissimi versetti di Luca, Giuseppe è solo menzionato accanto alla sua sposa, ma in questo modo è un testimone vivente di esperienze profonde con contrasti sorprendenti: la nascita nella miseria e nell’emarginazione di un bambino indifeso, che viene presentato dagli angeli come Salvatore, Messia e Signore. È chiaro che quello che vedono gli occhi di Giuseppe è molto diverso da quello che dicono gli angeli.

Giuseppe ha dovuto vivere un’esperienza unica e irripetibile nella storia dell’umanità, piena della poesia che riflettevano i sogni dei profeti d’Israele e le speranze vissute un secolo dopo l’altro dal popolo. Ma Giuseppe visse quella spettacolare poesia nella banale prosa quotidiana della vita della gente povera e semplice, con le sue paure e speranze, dolori e gioie, che non attirò l’attenzione di nessuno storico allora, come non attirerebbe l’attenzione di nessun giornalista adesso.

Possiamo immaginare, con tutta la fantasia poetica e pia che vogliamo, la vita della “Sacra Famiglia” a Nazareth, ma possiamo avvicinarci alla sua autentica realtà solo con gli atteggiamenti “giuseppini” che Matteo e Luca ci suggeriscono, così necessari nel nostro mondo attuale: accettare e rispettare la realtà dell’altro; vivere la prosaica, e a volte difficile, realtà quotidiana con la poesia e la speranza che viene dal vedere e vivere con il cuore; avere fiducia nel poter ascoltare la voce di Dio, che è presente in noi e nella nostra vita, anche se a volte non capiamo perché le cose accadano, vale a dire vivere la poesia in prosa.

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Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
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L’Ufficio Comunicazione della Curia Generalizia pubblica notizie di interesse internazionale sul governo centrale della Compagnia di Gesù e sugli impegni dei gesuiti e dei loro partner. È anche responsabile delle relazioni pubbliche.

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