Indifferenza fedele: la scoperta della mia vocazione come Fratello gesuita
Di Brent Gordon, SJ
La storia della mia vocazione come Fratello gesuita è legata al mio ingresso nella Chiesa. Non sono cresciuto da cattolico, ma sono stato battezzato all’età di ventidue anni. Dopo aver conseguito la Laurea in Lettere Classiche e Religione, avendo sempre avuto un interesse per la religione e la storia, sono rimasto all’università per conseguire una specializzazione in Storia delle Religioni. Sebbene fossi affascinato dal concetto di religione e dalle espressioni di fede, era qualcosa che trattavo in modo accademico, qualcosa che non mi riguardava personalmente. Tuttavia, all’inizio degli studi di specializzazione, quell’approccio non mi soddisfaceva più. Il mio percorso mi ha portato alla Chiesa cattolica e, anche se all’epoca non lo sapevo, a una nuova direzione per la mia vita.
Quando mi sono unito alla Chiesa, non avevo in mente alcun ministero; tuttavia, dopo alcuni mesi della mia vita da cattolico, ho sentito la chiamata a una vita di servizio. Pur sapendo che esistevano gli ordini religiosi – gesuiti, francescani, benedettini, domenicani e altri – non avevo alcuna esperienza reale con i membri di questi ordini. Non è perciò sorprendente che, sentendomi chiamato a una vita di servizio nella Chiesa, sia entrato in seminario per diventare sacerdote diocesano. Ho trascorso tre anni in seminario e, pur non essendo infelice, mi sono interessato sempre di più ai voti di povertà, castità e obbedienza, oltre che alla vita comunitaria. Alla fine questo mi ha portato a decidere di lasciare il seminario e di discernere la possibilità di unirmi alla Compagnia di Gesù. Dopo aver insegnato religione e lettere in una scuola parrocchiale locale per un anno, ho deciso di presentare la mia candidatura.
A chi compila il modulo per unirsi alla Compagnia, viene chiesto di indicare se desidera diventare sacerdote, fratello o “indifferente” (intendendo con questo che si prenderà una decisione nel corso del noviziato). Non avevo mai pensato di diventare fratello; tuttavia, continuavo a soffermarmi sulla domanda e non mi sentivo a mio agio nell’indicare come scelta “sacerdote”. Alla fine, ho fatto domanda per entrare come “indifferente”, e sono entrato in noviziato. Tuttavia, poco dopo il mio ingresso nella Compagnia, continuavo a pregare il Signore e a chiedergli chiarezza sulla questione. Ne è risultata un’ampia oscillazione tra il sentirsi chiamato al sacerdozio un giorno e il voler diventare un fratello religioso il giorno dopo. Alla fine, sono andato dal Maestro dei novizi, che mi ha mandato dal socio del noviziato, lui stesso un Fratello gesuita. Quando gli ho raccontato quello che stavo vivendo, la sua risposta mi ha colto di sorpresa: “Perché continui a chiedere al Signore? Hai detto che sei indifferente. Sii indifferente.”
Senza pensarci, ho risposto: “Perché ho paura che, se rimango indifferente, finirò per diventare automaticamente prete.”
“Beh,” mi ha risposto, “se temi che accada questo, forse non sei davvero indifferente.”
Lasciato l’ufficio del socio, sono tornato dal Maestro dei novizi e gli ho detto che volevo essere un Fratello gesuita. Da quel momento ho provato una grande consolazione per la mia vocazione e non ho mai più pensato di diventare sacerdote.
Naturalmente, una cosa è sentirsi a proprio agio nella scelta fatta e un’altra è sapere che cosa significa, o meglio, che cosa fa, questa vocazione. Mentre il sacerdozio è caratterizzato dal compiere dei sacramenti, è più difficile dire ciò che fa un fratello in maniera peculiare. Dopo tutto, il mio tempo nella Compagnia mi ha visto servire come insegnante, idraulico, direttore spirituale degli esercizi, dottorando, ministro di una comunità gesuita e, ora, assistente di redazione delle pubblicazioni IHSI (l’editoriale della Compagnia ospitata all’interno dell’Archivio Romano della Compagnia). Ognuno dei miei lavori avrebbe potuto essere svolto anche da un gesuita, sacerdote o scolastico, o perfino da qualcuno che non è né gesuita né religioso!
Alla fine ho capito che non è il tipo di lavoro che fai che ti rende un Fratello gesuita, ma i voti, il rapporto con il Signore. Non si tratta di sentirsi chiamati a un certo tipo di lavoro, e quindi di sentirsi chiamati a essere un fratello; per me si tratta del tipo di rapporto che sono chiamato ad avere con Dio e con gli altri, soprattutto con gli altri gesuiti. Per me, essere un Fratello gesuita è una questione di attenzione. Dove, in ogni spazio e in ogni persona, vedo il Signore all’opera? Come sono invitato ad accompagnare gli altri nel loro lavoro e nelle missioni che vengono loro offerte? In questo senso, essere un Fratello gesuita per me significa essere proprio questo: un fratello.







