La prima edizione della Pope Francis Memorial Cup: accendere una scintilla

Di Tom Casey, SJ, Cappellano, e Conor McCrossan, Coordinatore dell’anno di transizione, Gonzaga College, Dublino, Irlanda

In un assolato venerdì pomeriggio a Dublino, stava accadendo qualcosa di insolito al Gonzaga College. Certo, c’era il solito brusio pre-partita e la spavalderia adolescenziale, ma c’era anche qualcosa di più leggero, di più raro. C’era un sentimento di appartenenza, di fede e il brivido di avere un obiettivo.

Era il 10 maggio e quello che si stava svolgendo su quei campi inondati dal sole non era un normale torneo scolastico. Era la nascita della Pope Francis Memorial Cup (Coppa commemorativa di Papa Francesco). E potrebbe aver dato vita a qualcosa di molto più grande di una semplice rivalità amichevole.

In un Paese in cui la religione sembra spesso un ricordo del passato, questa Coppa non aveva la pretesa di risolvere i problemi della Chiesa, non era un sermone mascherato da evento sportivo. Nessuno è stato colpevolizzato perché tornasse a frequentare la chiesa. Ma per alcune ore baciate dal sole, questa Coppa ha fatto qualcosa di forse ancora più miracoloso: ha aiutato la fede a sentirsi di nuovo viva.

Tre scuole gesuite, Gonzaga, Clongowes e Belvedere, si sono riunite per la prima volta a memoria d’uomo per affrontarsi su un campo di calcio. Non si sono riunite per discussioni o lezioni di catechismo, ma per giocare a calcio. Si sono riunite per la prima edizione della Pope Francis Memorial Cup, il primo torneo di calcio al mondo intitolato al defunto Papa Francesco.

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Ogni scuola ha schierato due squadre di sedicenni, con tanto nervosismo, battute, e fiducia in qualcosa di più grande di loro. Le scuole secondarie gesuite di Limerick e Galway sono state cordialmente invitate a partecipare alla competizione il prossimo anno: che si tengano pronte!

Il torneo è stato intitolato al defunto Papa Francesco, che amava il calcio come solo un vero tifoso può fare: religiosamente. Tifoso del San Lorenzo fin dall’infanzia a Buenos Aires, sapeva che questo bellissimo gioco non si riduce ai gol. Questo bellissimo gioco è grinta, grazia, e capacità di rialzarsi dopo una caduta.

E così, è sembrato giusto che il suo spirito trovasse una seconda vita in Irlanda: un torneo di calcio tra studenti formati nella stessa tradizione gesuita che lo ha plasmato. Le partite sono state veloci, accese e, a volte, incredibilmente caotiche. Ci sono state rimonte a sorpresa, parate acrobatiche, errori accolti con scrollate di spalle e alcuni gol gloriosi che probabilmente meritano un inno di lode tutto per loro.

Era il tipo di calcio che Papa Francesco avrebbe amato: gioioso, caotico e così umano.

Ma la vera vittoria non era sul tabellone. Fluttuava da qualche parte sopra il campo: la tranquilla consapevolezza che è questa, la fede. Non un peso, ma una benedizione. Non un regolamento, ma una rivelazione. La fede non predicata, ma giocata.

Perché, siamo onesti: nell’Irlanda di oggi, molte persone, soprattutto i giovani, nutrono sentimenti complessi e spesso dolorosi nei confronti della religione. Gli scandali, il silenzio e la vergogna hanno lasciato il segno. La fede, un tempo pietra angolare dell’identità irlandese, oggi sembra spesso qualcosa di abbandonato in un cimitero.

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Ma a nessuno di loro è stato chiesto di professare un credo. È stato chiesto loro solo di esserci, giocare con impegno e continuare a passare la palla. E attraverso questo, qualcosa di sacro si è manifestato, non con tuoni o incenso, ma con risate, lavoro di squadra e il rumore delle scarpe sull’erba.

Non è stata una rinascita religiosa. Niente di così grandioso o drammatico. Ma questa Coppa ha offerto qualcosa di più delicato e, se Dio vuole, qualcosa che durerà. Fede: non come lezione, ma come risate; non come senso di colpa, ma come grinta; non come silenzio, ma come canto. Il calcio era il linguaggio, ma il messaggio era più ampio: che la gioia e la fede non sono opposte; che la comunità è sacra, anche se l’ambientazione è un campo erboso invece di una maestosa cattedrale.

Al fischio finale, il Belvedere College ha sollevato il trofeo. Non c’erano perdenti, solo gambe stanche, calzini infangati e un sentimento condiviso di aver vissuto una bella esperienza, qualcosa da ricordare. Sì, tutti ricorderanno chi ha vinto. Ma ancor più, speriamo che ricordino come si sono sentiti; come ci si sente ad appartenere, ad essere visti e ad essere importanti.

In onore di un Papa che vedeva il calcio come un sacramento della strada, la Pope Francis Memorial Cup ha offerto molto più che delle medaglie. La Pope Francis Memorial Cup ha offerto una scintilla.

E per i giovani in cerca di un senso, a volte basta una scintilla.

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Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
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