Aspettare con cuore aperto

Di Benedict Mayaki, SJ

“La fame che spera di essere soddisfatta non uccide.”

Questo proverbio della Nigeria orientale viene solitamente utilizzato per infondere speranza e perseveranza ai contadini che, in attesa del raccolto successivo, potrebbero rimanere senza cibo e devono razionare il poco che hanno nel frattempo. Ricorda loro che arriverà il momento in cui potranno nuovamente mangiare a sazietà ignami, manioca o qualsiasi altra coltura abbiano seminato durante la stagione della semina.

A un livello più profondo, il proverbio va oltre il semplice sostentamento. Si riferisce al tipo di fame che mantiene in vita le persone, un desiderio alimentato dalla speranza. Sottolinea che quando qualcuno desidera ardentemente qualcosa, che si tratti di cibo, successo o senso, ciò che lo spinge ad andare avanti è la convinzione che ciò che desidera sarà alla fine soddisfatto. Se c’è la speranza, allora la fame, sia essa fisica o affettiva, diventa sopportabile. La speranza trasforma la fame in forza, piuttosto che in disperazione. Aspettare avendo fame diventa fonte di motivazione piuttosto che di desolazione.

Gli esempi biblici di questo tipo abbondano: Abramo e Sara hanno aspettato per 25 anni che Dio mantenesse la promessa di dare loro un figlio; Giuseppe ha aspettato anni e ha sopportato la schiavitù prima di essere elevato a una posizione di potere; gli Israeliti hanno aspettato 40 anni nel deserto prima di arrivare alla terra promessa; Anna ha aspettato molti anni prima di concepire un figlio... Tutti questi personaggi della Bibbia hanno “aspettato il Signore” e hanno visto la loro fame soddisfatta.

Senza la speranza cristiana, la normale esperienza dell’attesa può provocare incertezza, e persino ansia. L’ignoto, con le sue molteplici permutazioni, mette il cuore alla prova e suscita paura: “E se la mia speranza fosse vana?” “Perché dovrei sperare?” “E se...?”

L’Avvento, tempo di attesa e di preparazione alla Natività di Nostro Signore, ci invita ad assumere un atteggiamento attivo di fede. La speranza non prospera nell’inerzia, né incoraggia l’ozio, ma aspetta in modo diverso! Si muove, agisce, prepara. La profezia di Isaia ci chiama all’azione: “Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio” (Is 40). Questa chiamata ci interpella oggi. Forse il vostro modo di aspettare in modo diverso può essere un ritiro spirituale, una buona confessione o anche un proposito personale. Qualunque cosa sia, il messaggio rimane lo stesso: “Preparatevi!”

L’esperienza dell’attesa può essere profonda. I personaggi della Bibbia hanno in comune il fatto di tenere gli occhi fissi sul Signore mentre aspettano, pur avendo fame. L’attesa, quando è vissuta con speranza, ci invita in uno spazio sacro di attenzione, ascoltando Dio come si ascolta un sussurro in una stanza silenziosa. Il Salmo 130 esprime questo: “Io spero, Signore, spera l’anima mia, attendo la sua parola”. La speranza, in questo senso, diventa una forma di preghiera che ci porta a una relazione più profonda con Dio.

La speranza va oltre il semplice ottimismo. L’ottimismo dipende dalla condizione che le circostanze volgano al meglio. La speranza cristiana, invece, trova la sua fonte nella fedeltà di Dio, che è costante, anche nelle situazioni peggiori. La vera speranza non nega il dolore o l’incertezza, ma li presenta a Dio. Ricordando l’indifferenza ignaziana, la speranza ci aiuta a trovare Dio in tutte le cose: nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nell’abbondanza e nella mancanza. L’attesa non indebolisce la vera speranza, ma piuttosto la rafforza e ci insegna a perseverare e ad avere una fiducia ancora più profonda.

In un mondo che valorizza le risposte immediate, l’Avvento ci fa rallentare. Ci insegna ad aspettare e a trovare Dio che opera in silenzio, nei luoghi nascosti dove la speranza mette radici. Quando impariamo veramente a trovare Dio nei giorni ordinari, nei momenti di quiete e nei nostri desideri sinceri, la speranza diventa uno spazio fertile di incontro. La speranza diventa la nostra motivazione per sopravvivere alla “fame” che non può ucciderci. La speranza diventa la vita stessa.

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Pubblicato da Communications Office - Editor in Curia Generalizia
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