L’eclissi di un’era: come i gesuiti cambiarono il cielo di Pechino
Di Mauro Brunello | Archivum Romanum Societatis Iesu (ARSI)
Il 21 giugno 1629 il cielo sopra Pechino si oscurò per qualche istante. Per gli astronomi era un’eclissi parziale di sole, per la corte imperiale cinese, invece, quel fenomeno aveva un significato molto più profondo. Da secoli in Cina le eclissi erano interpretate come messaggi del Cielo, segnali capaci di riflettere lo stato di salute dell’Impero e il rapporto tra l’imperatore e l’ordine cosmico. Quando il Sole si oscurava, non si guardava soltanto al cielo, si guardava anche al trono. Per questo motivo la previsione accurata dei fenomeni celesti costituiva una delle funzioni più importanti della corte imperiale. Il calendario ufficiale non era soltanto uno strumento per misurare il tempo, rappresentava uno dei fondamenti dell’autorità del sovrano. Predire correttamente eclissi, congiunzioni e altri fenomeni celesti significava dimostrare che il governo era in sintonia con l’ordine dell’universo. Errori nei calcoli astronomici potevano quindi avere conseguenze politiche rilevanti e gli astronomi incaricati delle previsioni erano chiamati a una responsabilità enorme.
All’inizio del Seicento, però, qualcosa non funzionava più come un tempo. I sistemi astronomici utilizzati dalla dinastia Ming mostravano crescenti limiti e le previsioni diventavano sempre meno affidabili. Mentre in Cina si cercava una soluzione, dall’altra parte del mondo l’Europa stava vivendo una stagione di grandi trasformazioni scientifiche. Fu in questo contesto che entrarono in scena i gesuiti.
Missionari come Matteo Ricci, Johann Schreck, Sabatino de Ursis e Adam Schall von Bell non portarono in Cina soltanto il cristianesimo, portarono con loro libri di matematica, strumenti astronomici e metodi di calcolo sviluppati nelle università e nei collegi europei. Ben presto essi compresero che la scienza poteva diventare un linguaggio comune attraverso il quale dialogare con i letterati e funzionari cinesi.
L’eclissi del 21 giugno 1629 offrì l’occasione perfetta per mettere alla prova le competenze occidentali. La corte mise a confronto tre diverse previsioni: quella degli astronomi tradizionali cinesi, quella degli astronomi musulmani di corte e quella elaborata secondo i metodi introdotti dai gesuiti.
Per lungo tempo si è raccontato che la prova si concluse con la vittoria schiacciante dei missionari. La realtà fu meno spettacolare. Nessuno dei tre sistemi fu impeccabile. Tuttavia i calcoli occidentali risultarono nel complesso più convincenti soprattutto nella previsione della durata e dell’entità dell’eclissi.
Il risultato ebbe un impatto notevole. Per la corte imperiale non si trattava semplicemente di stabilire chi avesse avuto ragione. Era necessario individuare quale metodo offrisse le migliore garanzie per il futuro. Pochi mesi dopo, l’Imperatore Chongzhen affidò al grande funzionario Xu Guangqi, collaboratore dei gesuiti e convertito al cristianesimo, il compito di avviare una riforma del calendario utilizzando le nuove conoscenze astronomiche.
Quella decisione ebbe conseguenze durature. Con l’avvento della dinastia Qing, nel 1644, il gesuita Adam Schall von Bell fu nominato a capo dell’Ufficio Astronomico Imperiale. Per la prima volta un europeo occupava una posizione di tale prestigio all’interno dell’amministrazione cinese. Nei decenni successivi altri gesuiti continuarono quest’opera, contribuendo notevolmente allo sviluppo dell’astronomia, della cartografia e della matematica in Cina.
Tra essi spicca Ferdinand Verbiest, che nella seconda metà del Seicento consolidò il ruolo della Compagnia di Gesù presso la corte dell’Imperatore Kangxi. Grazie alle sue competenze scientifiche e alla costruzione di nuovi strumenti astronomici per l’Osservatorio di Pechino, Verbiest rafforzò ulteriormente la reputazione conquistata dai suoi predecessori e contribuì a rendere stabile la presenza dei gesuiti nelle istituzioni scientifiche dell’Impero.
L’eclissi del 21 giugno del 1629 rappresentò dunque molto più di un episodio astronomico. Fu il momento in cui la competenza scientifica dei gesuiti conquistò la fiducia della corte imperiale, aprendo la strada a una collaborazione destinata a durare oltre un secolo. Da allora i gesuiti divennero interlocutori privilegiati degli imperatori cinesi e protagonisti di una delle più straordinarie esperienze di incontro e scambio di saperi della prima età moderna.





