Un pellegrinaggio letterario: una rassegna di testi gesuiti rari
Di Rebecca Moon Ruark
In una fresca mattina d’Avvento, nove membri della comunità del Jesuit Media Lab, un’iniziativa promossa dalla Conferenza dei gesuiti del Canada e degli Stati Uniti per riunire e sostenere i creatori ispirati dalla tradizione ignaziana, si sono incontrati alla Georgetown University di Washington D.C., la più antica istituzione cattolica di istruzione superiore della Compagnia di Gesù negli Stati Uniti. Nella Lauinger Library dello storico Hilltop Campus, noi scrittori e poeti, insegnanti e pensatori abbiamo compiuto il nostro pellegrinaggio giornaliero verso una sorta di santuario speciale: quello dei libri rari e dei materiali d’archivio che, insieme, perpetuano l’ininterrotta eredità della storia, della teologia e della creatività ignaziane, a quasi 500 anni dai suoi inizi in una grotta a Manresa, in Spagna.
Ospitato nel Booth Family Center for Special Collections, il vasto corpus di Jesuitica della biblioteca è “senza pari”, secondo la Biblioteca del Congresso. Costituito da migliaia di volumi, include la Woodstock Collection, avviata dall’omonimo seminario ormai chiuso; gli Archivi della Provincia del Maryland; documenti personali dei gesuiti e libri scritti da e sui gesuiti. Vi sono conservati oltre 17.500 libri rari. Il bibliotecario della Woodstock Collection Adrian Vaagenes, insieme ad Aleksandra Kinlen, responsabile delle collezioni gesuite, e Mary Beth Corrigan, bibliotecaria delle collezioni su schiavitù, memoria e riconciliazione, ha curato i volumi visionati da noi, pellegrini amanti dei libri.
Vaagenes osserva che c’è “una sorta di carattere sacramentale in questi oggetti materiali, costituiti sia da testi che da documenti d’archivio, tra cui corrispondenza, quaderni, diari e album di ritagli, come espressione della vita individuale”. Custode di una storia incarnata, Vaagenes raccoglie e cura la collezione sia come “testimone storico” sia per “amore del prossimo”, oggi e per le generazioni future.
Con cinque tavoli di materiale davanti, noi ricercatori abbiamo cominciato dal principio, con la chiamata fondante di Sant’Ignazio di Loyola alla contemplazione, al discernimento e al servizio: la prima edizione del 1548 degli Exercitia spiritualia (in latino “Esercizi Spirituali”), con timbri attestanti la proprietà che tracciano il viaggio di questo libro raro dal Vecchio Mondo al Nuovo Mondo, di biblioteca in biblioteca, nel corso di quasi mezzo millennio. Con questo testo di fragile carta e pergamena, abbiamo tenuto tra le mani il seme del carisma ignaziano, che ha messo radici in tutto il mondo, e ha animato la nostra creatività e le nostre comunità.
Partendo dalle prime fonti dell’identità gesuita, tra cui le Costituzioni del 1583, che codificarono la missione della Compagnia di Gesù, i curatori hanno presentato il passaggio della Compagnia alla pedagogia con la Ratio Studiorum (“Piano degli studi”) del 1598 e la Proposal for Establishing an Academy (Proposta per l’istituzione di un’Accademia) del 1787, il progetto di John Carroll per fondare il Georgetown College, istituito nel 1789. A completamento del XVIII secolo, abbiamo visto il sermone di John Carroll per l’insediamento nella sede di Baltimora del 1790, pronunciato nella St Peter’s Church, sede del primo vescovo americano John Carroll, un sito storico, ormai scomparso, a solo un’ora dal campus di Georgetown.
Dio in tutte le cose
Molto più di una lezione di storia teologica, pedagogica o geografica, i tesori letterari che ci sono stati presentati hanno messo in luce gli interessi di ampio respiro dei primi gesuiti per la scienza, la natura e le arti. L’Ars Magna Lucis et Umbrae (“La Grande Arte della Luce e dell’Ombra”) del 1671 del poliedrico gesuita tedesco Athanasius Kircher fornisce la prima rappresentazione di una “lanterna magica”, uno dei primi proiettori e precursore del cinema moderno, una forma d’arte cara a noi creatori del Jesuit Media Lab e critici culturali.
Poi c’era il Gospel of John (Vangelo di Giovanni) del 1874, un’opera su vasta scala scritta in inglese e dipinta a mano da un’artista donna con fiori, foglie, rampicanti e insetti; un bellissimo esempio del movimento romantico della fine del XIX secolo. La Bibbia, altamente decorativa, si erge come una creazione artistica compiuta e un potente richiamo alla bellezza come mezzo potente per esprimere la propria fede trascendente, sia individuale che collettiva.
Un volume della prima edizione del 1918 di Poems (Poemi) di Gerard Manley Hopkins è stato abbinato dai curatori a un’edizione del 1866 di The Prince’s Progress and other Poems (Il progresso del principe) di Christina Rossetti. Il volume della Rossetti fu dedicato e donato a Hopkins (un convertito che entrò nella Compagnia nel 1867 e venne ordinato nel 1877) da sua sorella Kate, una devota anglicana che, dopo la morte del fratello, contribuì a far pubblicare la sua prima edizione. Da allora, generazioni di poeti e scrittori devono ringraziare fratello e sorella per le poesie di selvaggia intensità scritte da lui come “God’s Grandeur” (“La grandezza di Dio”) e versi come “Glory be to God for dappled things” (“Gloria a Dio per le cose screziate”), che ricordano a noi creatori di glorificare anche l’imperfezione, il disordine, del nostro mondo creato da Dio.
Andate nel mondo
Una teologia antica può sembrare stagnante o, nella migliore delle ipotesi, statica. Frutto di un’attiva opera di raccolta, la collezione gesuita racconta una storia incarnata, la storia della Provincia americana del Maryland, per molti anni centro di formazione della Compagnia, e delle sue influenze, impressioni e persone a livello nazionale e mondiale. Vaagenes sottolinea l’importanza di trarre da questi materiali incarnati sia “ispirazione che cautela”.
Tra i manufatti culturali e vernacolari che descrivono l’evangelizzazione da parte dei gesuiti nelle colonie americane, il Manuale sacerdotum (un manuale sacramentale per sacerdoti) del 1610 include appunti manoscritti di Andrew White, SJ, l’“Apostolo del Maryland” che contribuì a fondare la colonia per i cattolici, celebrò nel 1634 la prima Messa cattolica negli attuali Stati Uniti e sviluppò strumenti linguistici per convertire ed educare la popolazione nativa americana.
Le pagine ingiallite di questo catechismo includono una preghiera scritta a mano tradotta nel dialetto del popolo Piscataway, l’unico luogo in cui la lingua originale sopravvive; digitalizzato per renderlo accessibile, il documento continua ad essere utilizzato in collaborazione con la tribù Piscataway Conoy e nelle attività didattiche alla Georgetown University e oltre. Allo stesso modo, i documenti della collezione che parlano del possesso di schiavi da parte dei gesuiti negli Stati Uniti sono anch’essi accessibili liberamente e vengono spesso utilizzati per fini pedagogici, e per contribuire all’opera di riconciliazione.
Oltre 300 anni dopo, troviamo nella guida missionaria del 1943, Vademecum for Catholic Chaplains (Vademecum per cappellani cattolici), un manuale per aiutare i cappellani a orientarsi tra i bisogni spirituali dei militari cattolici durante la Seconda Guerra Mondiale. La suggestiva prima riga dell’introduzione sembra un insegnamento per tutte le vocazioni impegnate nella preghiera, nella giustizia e nella pace: “La missione che vi è stata affidata è soprannaturale.”
In quanto creatori che aspirano a vivere il carisma ignaziano in un’epoca di disordini, ingiustizie e violenza, anche la nostra missione è soprannaturale: imparare dalla memoria viva e lasciare che essa guidi i buoni frutti dei nostri sforzi creativi e spirituali.







